Il grande male italiano chiamato evasione fiscale

Il grande male italiano chiamato evasione fiscale

SULL’EVASIONE PARLANO I DATI ” DI ALESSANDRO SANTORO

Da I Mercati 27/05/2010

Con la preparazione della nuova manovra finanziaria torna alla ribalta la discussione sull’evasione fiscale e sui modi per contrastarla. Prima di tutto, però, sarebbe necessario capire che cosa è accaduto in questi ultimi anni. I dati ci dicono che affidare la lotta all’evasione solo a strumenti che agiscono a valle delle dichiarazioni non è sufficiente. Bisogna invece riflettere su forme di contrasto a monte, soprattutto in un sistema economico come il nostro dove agiscono sei milioni di partite Iva.

In Italia, come del resto in altri paesi, le statistiche sull’evasione fiscale sono scarne. Per limitarsi a quelle più recenti e affidabili, disponiamo oggi delle stime dell’ufficio studi dell’Agenzia delle Entrate (Usage) sull’evasione dell’Iva (dal 1982 al 2004) e dell’Irap (dal 1998 al 2002), nonché di quelle dell’Istat sul sommerso economico (fino al 2006, ma con una rottura nella serie dal 2000). Questi dati dicono alcune cose interessanti, e relativamente poco note, sull’andamento dell’evasione delle imposte ad ampia base imponibile, come l’Iva e l’Irap, e sul sommerso economico. La loro interpretazione, tuttavia, rimane in larga parte inesplorata.

LA SECONDA METÀ DEGLI ANNI NOVANTA E I PRIMI ANNI DUEMILA

Le fonti citate indicano per questo periodo o per parti di esso una diminuzione dell’evasione dell’Iva, dell’Irap e del sommerso economico come risultante dalla vecchia serie Istat. Per l’Iva si passa dal 36,1 per cento del totale nel 1996 al 31,2 per cento del 2001, con un valore minimo del 26,9 per cento nel 1999. (1) Per l’Irap dal 27,3 per cento del totale nel 1998 al 21,9 per cento del 2001. (2) Per il sommerso la media passa dal 16,45 per cento del Pil del 1996 al 15,65 per cento del 2001. (3)

Non è semplice capire le ragioni di questi fenomeni. Un primo fattore è probabilmente il più ampio ricorso alle tecnologie informatiche, che hanno reso possibile l’incrocio dei dati dichiarati al fisco in tempi brevi e che, anche grazie all’innovazione del fisco on-line, hanno generato nei contribuenti la percezione di una maggiore capillarità dell’azione di dissuasione. Secondo alcuni potrebbero avere avuto un peso anche la riorganizzazione dell’amministrazione finanziaria e l’adozione del modello per Agenzia, più snello ed efficiente rispetto a quello precedente. Vi è anche chi enfatizza il ruolo delle innovazioni normative di quel periodo, come l’adozione degli studi di settore, nonché l’effetto-Visco, riassumibile con l’idea di un messaggio coerentemente severo nei confronti dell’evasione.

L’inizio del secolo segna un’inversione di tendenza per l’evasione dell’Iva, che torna a crescere in particolare dal 2003, raggiungendo, secondo Usage, il 33 per cento della base imponibile teorica nel 2004. Al contrario, la nuova serie Istat sul sommerso economico testimonia una continua riduzione dal 2000 (media pari al 18,7 per cento) al 2005 (17 per cento). (4) In quest’ultimo caso è relativamente più semplice comprenderne le ragioni, perché è la stessa Istat a indicarle nella sanatoria dei lavoratori immigrati irregolari del 2002.

Per quanto riguarda la ripresa dell’evasione dell’Iva, una spiegazione potrebbe essere connessa con il ruolo giocato dalle compensazioni indebite, che, grazie alla creazione di crediti fasulli dovuti all’occultamento del fatturato (o alla contabilizzazione di falsi costi), potrebbe aver funzionato come un vero e proprio bancomat dell’evasione. (5) Inoltre, l’affievolirsi progressivo dei ricavi presunti dagli studi di settore, dovuto anche alla massiccia manipolazione dei dati da parte dei contribuenti, potrebbe aver giocato un ruolo negativo non trascurabile.

GLI ANNI DAL 2006 IN POI

Il 2006 è l’ultimo anno per cui (a oggi) possediamo delle stime ufficiali, quelle dell’Istat, che indicano una riduzione del valore medio del sommerso economico di circa 0,9 punti percentuali in quota di Pil tra il 2005 e il 2006. La riduzione è dovuta quasi esclusivamente alla minor incidenza della componente di occultamento del fatturato (e di sovra dichiarazione dei costi intermedi), che è diminuita di 0,7 punti percentuali sul Pil in un anno. La stessa Banca d’Italia stimava in circa il 15 per cento la parte di aumento di gettito riconducibile all’aumento del grado di adesione “indotto dall’intensificarsi dei provvedimenti di contrasto dell’evasione” e a “modifiche strutturali” tra cui “l’aumento del peso della grande distribuzione”. (6) Quest’ultimo accenno è particolarmente interessante perché nell’analisi prevalente l’influenza dell’organizzazione e della dimensione di impresa sull’evasione è sottovalutata rispetto ai fattori tradizionali (la probabilità di un controllo e l’entità delle sanzioni) e a quelli morali e culturali. Le stime dell’Istat e della Banca d’Italia avvalorano quindi, quantomeno per il 2006, le rivendicazioni del governo Prodi sui risultati ottenuti nella lotta all’evasione.

Per gli anni successivi al 2006 non disponiamo ancora di stime ufficiali. Tuttavia, risulta utile uno sguardo a un indicatore indiretto ma significativo, ovvero il rapporto tra il gettito netto dell’Iva e alcune grandezze macroeconomiche di riferimento: i consumi delle famiglie e le risorse interne, pari alla somma del Pil e delle importazioni nette. Se la propensione all’evasione fosse costante nel tempo, questi rapporti dovrebbero essere anch’essi costanti quando le aliquote e le basi imponibili sono stabili. Ebbene, analizzando questi rapporti si nota che hanno andamenti simili a quelli degli indicatori dell’evasione descritti in precedenza, con un aumento tra il 1996 e il 2000 e una riduzione negli anni successivi fino al 2005, un incremento nel biennio 2006-2007 e una nuova riduzione nel biennio successivo (si veda la figura 1). In assenza di spiegazioni alternative – l’aumento della quota di consumi destinati a beni ad aliquota ridotta, pur avvenuta nel 2008, non è infatti in grado di spiegare il fenomeno se non in minima parte – l’ipotesi di un incremento della propensione all’evasione in questi ultimi due anni è più che plausibile. Secondo alcune tesi, potrebbe essere riconducibile alla crisi, che, colpendo una fascia di Pmi e lavoratori autonomi privi di coperture, ha indotto il ricorso all’evasione come una sorta di ammortizzatore sociale occulto.

Figura 1: L’Iva di competenza in rapporto ai consumi e alle risorse interne: 1996 – 2009

Per quanto carenti siano le nostre conoscenze sull’evasione e sulle politiche idonee a ridurla, i dati del biennio 2008-2009 – quando accertamenti e riscossioni sono aumentati molto ma anche l’evasione è cresciuta – nonché altre informazioni (ad esempio, il paradosso che l’incidenza dell’evasione sia maggiore nelle regioni in cui è più elevata la probabilità di essere accertati), ci dicono che affidare la lotta al fenomeno solo a strumenti che agiscono a valle delle dichiarazioni non è sufficiente. L’arrivo nel 2011 del nuovo “redditometro” non farà eccezione a questa regola. È quindi necessario aprire una discussione specifica sugli strumenti di contrasto dell’evasione a monte, soprattutto in un sistema economico come il nostro dove agiscono 6 milioni di partite Iva. Su questo tema ci ripromettiamo di tornare in un prossimo futuro.

(1) “Le basi imponibili Iva. Aspetti generali e principali risultati per il periodo 1980-2004”, a cura di S. Pisani e M. Marigliani, Documenti di lavoro dell’ufficio studi dell’Agenzia delle Entrate, 2007/7, www.agenziaentrate.it/ufficiostudi.
(2) “Analisi dell’evasione fondata su dati Irap. Anni 1998-2002”, a cura di S. Pisani e C. Polito, Documenti di lavoro dell’ufficio studi Agenzia delle Entrate, 2006/2, www.agenziaentrate.it/ufficiostudi.
(3) Cfr. La misura dell’economia sommersa secondo le statistiche ufficiali, Anno 2002, 5 ottobre 2004, Istat.
(4) Vedi “La misura dell’economia sommersa secondo le statistiche ufficiali”, Anni 2000-2006, 18 giugno 2008, Istat.
(5) La crescita tumultuosa delle compensazioni Iva indebite, come nuova forma di evasione fiscale degli anni Duemila, è sostenuta da R. Convenevole in “La materia oscura dell’Iva”
(6) Relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia, 2006, pp. 136-137.

( Fonte: lavoce.info)
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By |2010-05-27T11:13:16+00:00Maggio 27th, 2010|Comunicazioni|1 Comment

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One Comment

  1. marione 19 Settembre 2010 at 02:57 - Reply

    Bell’articolo. Come la mettiamo con i circoli Arci che non pagano le tasse e sono discoteche vere e proprie, tipo il Fuori Orario di Gattatico?
    Entrata 12 euro con consumazione . Nel parcheggio ho contato circa 4000 auto.

    Quel locale incassa piu’ di 100.000 euro a sera (venerdi e sabato).
    Niente tasse , siamo comunisti.

    Bella cacca. all’italiana

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