Giornata della memoria

Giornata della memoria

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.»

Art. 1 legge n. 211 del 20 luglio 2000.

Auschwitz, fino a qualche anno fa, per me significava una giornata di autogestione al liceo. Autogestione al liceo significava che per un’oretta circa si discuteva su cos’era la Giornata della Memoria, con parecchie polemiche tra compagni di classe sul fatto che si commemorava solo lo sterminio degli ebrei e non quelli perpetuati nei regimi comunisti; dopodiché si poteva scegliere se andare a vedere un film dedicato all’Olocausto, ascoltare una conferenza, o semplicemente cazzeggiare. Una volta proiettarono anche L’ultimo metrò di Truffaut, bellissimo film che però usa la tragedia degli ebrei solo come pretesto narrativo. All’uscita della scuola davi un’occhiata alle scritte neofasciste che ti ricordavano di ricordare Pol Pot e Stalin, infine salivi sull’autobus un po’ pensieroso per quell’orribile tragedia di cinquant’anni fa, ma tutto sommato contento di non aver fatto lezione; e così tornavi alle tue normalissime perdite di tempo adolescenziali.

Oggi è il mio primo 27 gennaio dopo aver visitato Auschwitz e Birkenau.

Ci sono stato in una cupissima giornata dello scorso ottobre insieme a un gruppo di studenti statunitensi. Facemmo colazione alle sei di mattina in un ostello a pochi chilometri dai campi di sterminio. Mentre si parlava del fatto che i corn flakes europei sono nettamente meno buoni di quelli d’oltreoceano, un robusto ragazzo di Boston disse alle sue amiche che sì, avrebbe scattato delle foto durante la visita, ma forse non era il caso di mettersi in posa o di fare battute di cattivo gusto. Qualche ora dopo, metterci in posa fu l’ultimo dei nostri problemi.

Trascorremmo tre freddissime ore a passeggiare per le viette spettrali e gli edifici opprimenti di Auschwitz, mentre la nostra guida snocciolava con accento polacco cifre, statistiche e aneddoti. Vedemmo le cataste di scarpe, di occhiali, di valigie, di protesi dei prigionieri. Dei loro capelli vedemmo anche i tappeti che ne vennero ricavati. Arrivati al corridoio in cui sono appese numerose foto segnaletiche di detenuti, due ragazze si misero a piangere; io, per evitare di fare lo stesso, ho abbassato lo sguardo per terra. Non vedevo l’ora che tutto finisse. Ma la strada per tornare al pullman passava attravero l’unico forno crematorio ancora integro del campo, quello a due passi dalla casa in cui abitavano il comandante del campo Rudolf Höss e la sua famiglia; a due passi da dove lo stesso Höss fu impiccato nel 1947.

Birkenau ha invece un aspetto illusorio: i forni crematori sono stati infatti demoliti prima dell’arrivo delle truppe sovietiche, e oggi l’erba verde ha preso il posto del fango, dando a quella serie di piccole casette l’impressione di un pacifico villaggio di campagna dove ti aspetteresti di trovare una famiglia di quattro o cinque persone. Birkenau è però il luogo in cui lo sterminio è stato perpetuato con maggiore e sistematicità. In quelle piccole case vivevano decine di internati: dormivano in tre o quattro negli stessi scompartimenti ricavati con assi di legna e paglia; i più sfortunati che si riposavano al livello del terreno dovevano fare i conti coi ratti, col fango, con l’urina e con gli escrementi, visto che le porte degli edifici venivano chiuse di notte e l’installazione di servizi igenici doveva essere una questione inconcepibile. Lavoravano duramente, ma mangiavano solo verdura e legumi. Qualcuno moriva di fame e di fatica, prima di arrivare al forno crematorio; qualcuno moriva appena sceso dal treno.

Non sono il primo che ha visitato Auschwitz e Birkenau, e per fortuna non sarò neanche l’ultimo. Se ci siete già stati vi renderete conto che qui non ho scritto nulla di nuovo; se ci dovete ancora andare, questo racconto l’avrete letto e riletto, e potrebbe anche annoiarvi nella sua trita brutalità. Eppure ho ripetuto questa storia raccontata già numerose volte perché forse l’Olocausto, prima di essere una tragedia collettiva, deve essere una tragedia individuale: bisogna davvero spenderla una gelida mattinata a visitare questi luoghi, a commuoversi, a fare proprio un dramma che altrimenti sarebbe troppo vasto per essere concepito.

Ricordiamocelo: è il più vasto cimitero nella storia dell’umanità, causato atrocemente dall’umanità stessa.

Andrea Privitera

By |2010-01-27T14:48:14+00:00Gennaio 27th, 2010|Comunicazioni|3 Comments

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3 Comments

  1. […] shared Giornata della memoria. […]

  2. schmit 28 Gennaio 2010 at 13:34 - Reply

    …e c’è qualcuno che strumentalizza la” giornata della memoria” per farne discorso politico di parte…vergogna!

    • admin 28 Gennaio 2010 at 17:34 - Reply

      Ognuno fa quel che può…

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