Critiche e polemiche su Israele. La stampa di oggi

Critiche e polemiche su Israele. La stampa di oggi

All’indomani dell’attacco israeliano alle imbarcazioni degli aiuti umanitari diretti a Gaza, da tutti i giornali è un inesauribile commento del come del quando e del perché sia successa una tragedia di tale proporzioni. Già ieri Ha’aretz, il più importante quotidiano della sinistra israeliana, si chiedeva cosa non avesse funzionato in un operazione tanto facile quanto importante, ma molto pericolosa perché avrebbe esposto Tel Aviv alle ripercussioni internazionali. Il quotidiano ebraico, nel bell’articolo di Bradley Burston, crede che la disfatta di ieri possa diventare un Vietnam per Israele:

“Qui in Israele, dobbiamo ancora imparare la lezione: non stiamo più difendendo Israele. Ora stiamo difendendo l’assedio (di Gaza, ndr). Lo stesso assedio di Israele sta diventando il nostro Vietnam”. Burston critica l’operato militare perché dalla prima guerra di Gaza non si è appreso nulla, anzi, l’embargo alla Striscia è un’arma formidabile per Iran, Hamas ed Hezbollah, mentre Israele invece continua con le spacconate e le gaffe. Finisce ribaltando la storia attuale: “Desiderosi che il mondo si concentri sull’Iran e sulla minaccia che esso rappresenta per il popolo d’Israele, Netanyahu deve capire che il mondo è ora focalizzato su Israele e la minaccia che esso rappresenta per il popolo di Gaza.”

Un aiuto al governo Netanyahu arriva dal giornale della destra israeliana Jerusalem Post in un articolo dell’ex ambasciatore in Romania, Egitto e Svezia Zvi Mazel, che però critica l’incapacità del governo di fronteggiare l’immediato futuro:

“Fermare la flottiglia era un diritto di Israele dato dal diritto internazionale. Si può anche chiedere dov’erano tutte le organizzazioni e i loro militanti negli otto anni quando Hamas ha sommerso il sud con migliaia di razzi. Dove erano quando Schalit è stata presa? Dove erano quando Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza in un sanguinoso colpo di stato? Hanno protestato contro le ripetute stragi? Hanno protestato quando i leader della loro cosiddetta opposizione ci gettavano giù dai tetti degli edifici? Hanno protestato quando i loro dirigenti sparavano alle rotule dei nostri uomini? Adesso siamo di fronte ad una vera crisi diplomatica. La Turchia la userà per danneggiare Israele. Gli Stati Arabi e l’Iran aggiungeranno benzina sul fuoco. L’Unione Europea, come al solito, darà a noi la colpa – e solo a noi. In realtà la crisi è già iniziata senza attendere il quadro completo. Per noi non sarà facile per due motivi. Il nostro governo non ha una preparazione adeguata alla ricaduta non bloccando il blitz dei media i quali hanno presentato la Flottilla ancora prima di partire. E due: non possiamo aspettarci informazioni e assistenza da nessuno. Vengono in mente i versetti biblici 23.09: ‘Ecco, il popolo abiterà da solo e non potrà essere annoverato fra le nazioni’.”

Ha’aretz continua ancora oggi. L’editoriale di stamattina è ancora peggiore e non accetta smentite:

“Quando un esercito ben armato e ben addestrato va in guerra contro una “Freedom Flottilla” di pescherecci carichi di civili, cibo e medicinali, il risultato è preannunciato – e non importa se si è raggiunto l’obiettivo e impedito alla flottiglia di raggiungere Gaza. […] Hamas ha rivendicato la vittoria senza sparare un solo razzo, l’Egitto è sotto pressione e ha minacciato l’apertura del valico di Rafah, ed è ragionevole pensare che l’Europa e gli Stati Uniti faranno in modo che Israele non se la cavi con una semplice nota di biasimo. […] Tuttavia sembra che nessuno abbia saputo resistere nel dimostrare la forza militare israeliana. Perché il punto cruciale non è chi avrebbe vinto, ma chi avrebbe preso più punti nell’opinione pubblica. In questo test il governo di Benjamin Netanyahu ha fallito. L’attuale politica israeliana si sta dimostrando un boomerang e ci farà perdere legittimità internazionale […] La negligenza di chi prende le decisioni sta minacciando la sicurezza degli israeliani e dello Stato di Israele. Qualcuno dovrà pagare per questo vergognoso fallimento. Non c’è modo di convincere il popolo ebraico e gli alleati che Israele è rammaricato per questo episodio, ma impareremo dai nostri errori costituendo una commissione d’inchiesta che accerti le responsabilità per questa politica pericolosa.”

Valli su Repubblica arriva alle stesse conclusioni confrontando le attività in Cisgiordania dell’OLP e sulla Striscia di Gaza:

“La società israeliana rispetta al suo interno le regole democratiche, applica di solito, sempre entro i suoi confini, metodi civili per affrontare le proteste disarmate, ma quando agisce fuori dalle sue legittime frontiere il governo israeliano e le sue forze armate non ne tengono sempre conto. L’ossessione della sicurezza, in parte giustificata dalla storia dello Stato ebraico e dalla situazione in cui si trova, conduce a eccessi e abusi che l’opinione internazionale, compresa quella favorevole, rifiuta o stenta ad accettare. L’arrembaggio a navi disarmate nelle acque internazionali, che si è concluso con morti e feriti, è uno di questi eccessi. Lo è al di là dei dettagli che le invocate e più o meno attendibili inchieste accerteranno. […] Entrambi (il ministro della difesa Barake il primo ministro Netanyahu, ndr) hanno offerto un’occasione insperata al principale nemico di Israele, in campo palestinese. Hamas in queste ore trionfa. Le piazze arabe si riempiono per manifestare in suo favore e contro Israele. Non solo. Nella Cisgiordania occupata, dove da tempo l’Olp collabora con gli israeliani nel dare la caccia alla gente di Hamas, sono stati decretati tre giorni di lutto e si manifesta in favore di Gaza.”

Lo scrittore ebraico David Grossman critica l’operazione militare dando però la colpa agli estremisti islamici di aver teso una trappola a Israele, ma accusa la politica di essere guasta, corrotta e fossilizzata:

“Nessuna spiegazione può giustificare o mascherare il crimine commesso da Israele e nessun pretesto può  motivare l’idiozia del suo governo e del suo esercito. Israele non ha inviato i suoi soldati a uccidere civili a sangue freddo, in pratica era l’ultima cosa che voleva che accadesse, eppure una piccola organizzazione turca, dall’ideologia fanatica e religiosa, ostile a Israele, ha arruolato alcune centinaia di pacifisti ed è riuscita a fare cadere lo Stato ebraico in una trappola proprio perché sapeva come avrebbe reagito e fino a che punto era condannato, come una marionetta, a fare ciò che ha fatto. […] L’azione compiuta da Israele ieri sera non è che la continuazione del prolungato e ignobile blocco alla striscia di Gaza, il quale, a sua volta, non è che il prosieguo naturale dell’approccio aggressivo e arrogante del governo israeliano, pronto a rendere impossibile la vita di un milione e mezzo di innocenti nella striscia di Gaza pur di ottenere la liberazione di un unico soldato tenuto prigioniero, per quanto caro e amato. Il blocco è anche la continuazione naturale di una linea politica fossilizzata e goffa che a ogni bivio decisionale e ogni qualvolta servono cervello, sensibilità e creatività, ricorre a una forza enorme, esagerata, come se questa fosse l’unica scelta possibile. E in qualche modo tutte queste stoltezze – compresa l’operazione assurda e letale di ieri notte – sembrano far parte di un processo di corruzione che si fa sempre più diffuso in Israele. Si ha la sensazione che le strutture governative siano unte, guaste. Che forse, a causa dell’ansia provocata dalle loro azioni, dai loro errori negli ultimi decenni, dalla disperazione di sciogliere un nodo sempre più intricato, queste strutture divengano sempre più fossilizzate, sempre più refrattarie alle sfide di una realtà complessa e delicata, che perdano la freschezza, l’originalità e la creatività che un tempo le caratterizzavano, che caratterizzavano tutto Israele. Il blocco della striscia di Gaza è fallito. È fallito già da quattro anni.”

Anche Gad Lerner crede che la politica israeliana sia responsabile davanti al mondo:

“Può anche darsi che stringendo gli occhi a fessura sul riverbero del mare la maggioranza degli israeliani sia trascinata dall’esasperazione a sussurrare tra sé l’indicibile – “ben gli sta, se la sono cercata” – ma ciò non ribalta il bruciore della sconfitta morale. Il paese è sotto choc, soggiogato dal senso di colpa. Vorrebbe giornalisti in grado di spiegare la strage come legittima autodifesa. S’immedesima nei militari feriti, e così la tv giustifica i primi marinai saliti a bordo della “Mavi Marmara”: hanno vissuto attimi di terrore, una situazione analoga a quella dei due soldati linciati dieci anni fa nel municipio di Ramallah. […] Né giova alla credibilità internazionale d’Israele che il primo incaricato di rilasciare dichiarazioni ufficiali sia stato il viceministro degli Esteri, Danny Ayalon, esponente del partito di estrema destra “Israel Beitenu”: fu proprio Ayalon l’11 gennaio scorso a offendere di fronte alle telecamere l’ambasciatore turco Oguz Celikkol, fatto sedere apposta su una poltrona più bassa della sua e preso a male parole. Rischiando di interrompere già allora le relazioni diplomatiche fra i due più importanti partner degli Usa in Medio Oriente. Oggi il trauma del distacco fra Israele e la Turchia è irrimediabilmente consumato. Non a caso il governo di Ankara aveva appoggiato la Freedom Flotilla dei pacifisti, salpata dalle sue coste con l’intenzione di un’esplicita azione di disturbo ai danni di Netanyahu. Israele è caduto in pieno nella provocazione.”

Luca Sofri, nel suo editoriale sul Post, fa la sintesi di cosa è oggi Israele e di come sarà il futuro. Con una nota positiva, l’ultima:

“Israele è oggi un paese incattivito, cupo nella certezza di essere accerchiato e smanioso di prevenire gli smacchi attaccando per primo. Nessuno, va detto, vivrebbe agevolmente sotto il tiro delle armi iraniane; così come nessuno poteva ragionevolmente giustificare o ammettere il tiro a segno dei missili di Hamas su Ascalona – la patria di tanti filosofi e dello scalogno che si usa in cucina. Ma a cosa giova aver trasformato Gaza, la città il cui nome significa “tesoro”, nell’antonomasia di un crimine contro l’umanità? A cosa giova aver dato un calcio ai residui legami con la Turchia, già storico alleato di Israele e pedina essenziale negli equilibri della regione? A cosa giova aver aggiunto un altro anello alla catena di recriminazioni incrociate che strangolano sempre più l’intero Medio Oriente? […] È buio ormai e la città allenta i suoi ritmi vorticosi. Per domani si attendono dimostrazioni, di certo nei Territori, forse anche nella capitale. Se i soldati avessero ucciso un noto capo politico arabo-israeliano, anch’egli a bordo della “Marmara”, saremmo forse alle soglie della terza Intifada; ma per fortuna pare non sia avvenuto, in questa vicenda che ha ancora tanti punti da chiarire.
In lontananza, dal quartiere arabo, un crepitìo di spari. Guardo fuori. Sono fuochi d’artificio, qualcuno – forse – si è appena sposato, per costruirsi in tanta pièta un lembo di futuro.”

Il Giornale, con un editoriale di Vittorio Feltri, è invece dalla parte di Israele. Il direttore, con un pezzo intitolato “Israele ha fatto bene a sparare“, afferma che le forze militari avevano tutto il diritto di sparare perché le imbarcazioni in realtà trasportavano terroristi pagati da Hamas. Feltri indica la strada da seguire: facciamoci i “casi” nostri così non ci saranno guerre e pacifisti.

Quello che stiamo per dire non piacerà a tutti. Meglio dirlo prima perché conosciamo molti polli italiani e i loro sentimenti antisraeliani. […] Il minimo che potevano aspettarsi quella della Freedom Flottilla era una raffica di mitra, viceversa sono andati avanti con una tranquillità ai limiti dell’incoscienza: ovvio non abbiano trovato un sorridente comitato d’accoglienza. Israele è circondato da paesi più o meno islamici che non gli riconoscono il diritto d’esistere e meditano (vedi l’Iran) di trasformarlo in un cumulo di detriti mediante bomba atomica. […] Per concludere il discorso con una semplificazione polemica, desideriamo ricordare ai signori pacifisti che, se agiscono da supporto ai terroristi, tanto pacifisti non sono, semmai complici dei seminatori di morte. E che la regola madre è quella di occuparsi dei casi propri; così non ci sarebbero più le guerre e nemmeno i pacifisti.”

di Giacomo Lagona

By |2010-06-01T12:42:14+00:00Giugno 1st, 2010|Mondo|0 Comments

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